Il progettoVillaggio del Gusto è contraddistinto da due valori fondanti: la solidarietà e la qualità d’intervento, costantemente applicati ad un unico concetto chiave: lo sviluppo sostenibile-etico, imprenditoriale, sociale e culturale- del territorio. Una forma di sviluppo perseguita entro i limiti delle possibilità ecologiche del pianeta, senza compromettere l’integrità degli ecosistemi e la loro capacità di soddisfare i bisogni delle generazioni future.

Ripensare al nostro prossimo Un ulteriore fattore di ripensamento è dovuto alla mutata condizione dei residenti, ad una plurale etnicità che pone in discussione i criteri stessi in cui si situa l’identità locale. L’ospite termale non va più scisso dal nostro ‘prossimo’, è il nostro prossimo a tutti gli effetti, sia nelle sue speranze di guarigione, sia nella prevenzione della malattia e la disabilità, sia nel suo partecipare ad una socialità condivisa dai residenti. E’ un progetto che ha la convinzione che solo attraverso la riappropriazione del ‘fondamentali’ della vita (il cielo e la terra, il tempo del lavoro, il tempo della riflessione, il sapere, il fare, lo scambio, ecc.) e solo da una offerta turistica realmente ‘esperienziale’, da una ospitalità diffusa sul territorio, sia possibile creare per più soggetti opportunità di accoglienza, di crescita personale e di ‘buon ricordo’.
In filiera dai campi e dalle colline Di Giuseppe Maghenzani
Il tempo di Carosello non c’è più. Poco prima, in Italia, era sparito anche un altro tempo, quello della civiltà contadina. Un piccolo ma significativo pezzo di questa civiltà, ottusa e resistente, se n’era andata tutta insieme -uomini e bestie- in quest’ottobre d’un anno ormai lontano. Era stata spazzata via il 9 ottobre del 1963 dalla diga del Vajont, ovvero dal progresso a tutti i costi. Povri genti, sentivo ripetere. Siccome venne poi di moda la fabbrica, da quel dì tutto quello che sapeva di campagna, puzzava. Sempre meglio il cibo in scatola, anche se defunto in catena di montaggio, che il cibo rischioso dei campi. Questo già si percepiva agli albori del consumismo. Del resto, stare davanti agli scaffali dei supermercati è come stare nell’albergo di una grande città, vinti dall’ebbrezza di non essere riconosciuti. Ovviamente, quando si compra direttamente dal produttore o quando il produttore si relaziona a noi, non ci si può più nascondere nell’anonimato. Ciascuna delle due parti riacquista la propria identità e, con essa, la propria responsabilità nei confronti del cibo. Le filiere del cibo non nascono in città. Tuttavia, avere le tapparelle al quarto piano –con ascensore- è molto comodo: puoi guardare senza essere visto. La finestra al primo piano con gli scuri, in campagna, lì dove nasce il cibo, è più impegnativa: aperto, lo scuro lascia passare tutto; chiuso, niente. Tirati a metà, gli scuri formano una striscia di luce, una feritoia come quella dei torrioni medioevali: occhio a chi si avvicina, monito ai foresti. Perchè la differenza è proprio questa: da contadini si monta la guardia, da cittadini si guarda. Fra lo stare in guardia e il guardare c’è tutta una diversa fenomenologia. E c’è anche un diverso modo di vedere la Via Emilia, i suoi campi, l’autostrada e il profilo delle vicine colline. Fuori, grandina. In una scena d’altri tempi, la madre è seduta in un angolo della stanza. Sta col rosario in mano e implora notre dame. Il padre è in piedi, dalla parte opposta della stanza, Va su e giù. Si ferma dietro lo scuro, sbircia fuori, tira giù i santi. Grandina sulla medica e grandina sui filari, grandina sul lavoro di un anno. E nessuno, lì, può cambiar canale, come alla tv. Oggi il progresso ha coniato sensi nuovi per parole antiche: campo, rete, solco, canale... pigiare, allevare, raccogliere... Gesti che implicavano il mal di schiena sono traslati anch’essi in contesti meno faticosi. C’è poi il riequilibrio ambientale, la biomassa. E c’è la fonte rinnovabile, concetto opposto a quello di fonte perenne, che si rinnova solo e se cade pioggia dal cielo. La fonte rinnovabile mette tutti tranquilli: è rinnovabile, perché preoccuparsi? Proviamo allora a considerare il progetto di una grande area naturale, intorno al Villaggio del Gusto. E proviamo a pensare alla sua sostenibilità ambientale, al valore dell’acqua e dell’energia, al valore di filiere vicine a casa nostra. Grazie all’incontro con una interessante esperienza alsaziana (eco-musée d’Alsace) e con il suo ispiratore, Marc Grodwohl, già nello scorso anno i promotori del Villaggio del Gusto hanno avanzato agli enti e alle istituzioni del territorio le prime linee d’iniziativa per un progetto di sviluppo sostenibile posto sull’asse Fidenza - Tabiano Bagni. Il nocciolo del progetto è questo: ritornare sui campi, ri-abitare le case, imparare a dare nuovo senso alle tante porte morte abbandonate. Ciò arricchirebbe il territorio di esperienze e di scambi intergenerazionali. E creerebbe una positiva rete di relazioni fra la popolazione residente e quella ospite, che segue i flussi del turismo termale, della Via Francigena, del turismo enogastronomico e, perché no, dello shopping.
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